Giovedì 23 Novembre 2017
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Medico e malasanità

Con malasanità si intende in generale un episodio in cui si verifica una carenza della prestazione dei servizi professionali rispetto alle loro capacità che causa un danno al soggetto beneficiario della prestazione.

Ogni anno, nel mondo, migliaia di persone perdono la vita o restano gravemente menomate a causa di esiti infausti o dannosi delle terapie mediche. Si tratta di vittime, spesso inconsapevoli, che per mancanza di conoscenza dei propri diritti restano prive di qualsiasi risarcimento.

I casi di malasanità possono essere molto variegati, ad es.: diagnosi errate o ritardate, lesioni fisiche o psichiche derivanti da interventi chirurgici errati o a seguito di un parto malriuscito (fattispecie purtroppo molto frequente e che può determinare gravissime conseguenze), malattie gravi contratte all'ospedale, infezioni da trasfusioni.

Secondo la Commissione tecnica sul rischio clinico, istituita dal Ministero della Salute nel 2003, il maggior numero di errori si commette in sala operatoria (32%), nei reparti di degenza (28%), nel dipartimento d'urgenza (22%) e in ambulatorio (18%). Le quattro specializzazioni più a rischio sono ortopedia e traumatologia (16,5%), oncologia (13%), ostetricia e ginecologia (10,8%) e chirurgia generale (10,6%).

Secondo la giurisprudenza più recente, chi ritiene di essere stato vittima di un caso di malasanità deve solo provare si essersi sottoposto al trattamento sanitario e la sussistenza del danno lamentato; spetta invece al medico l’onere di provare la correttezza del proprio operato.

 

Giurisprudenza responsabilità medica

Il consenso è informato se il paziente può valutare tutti i rischi dell’intervento

Il paziente che si sottopone a intervento chirurgico deve prestare il proprio consenso che sia effettivamente informato.
Con la sentenza n. 2177/2016, la Cassazione ha fornito precisazioni su cosa debba intendersi per “corretta informazione del soggetto da operare”. Quest'ultimo deve dichiararsi disposto a sottoporsi all'intervento in forza di informazioni dettagliate fornite dal medico, che consentano al paziente la piena conoscenza della natura dell'intervento medico/chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative. La Corte, in particolare, ha chiarito che non adempie all'obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato il medico che chieda al paziente di sottoscrivere un modulo del tutto generico, da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente abbia compreso in modo esaustivo le informazioni. L'informazione, inoltre, che il medico fornisce deve essere adeguata anche al livello culturale del paziente, dovendo pertanto relazionarsi con un linguaggio comprensibile proprio per rendere effettiva la conoscenza dei rischi legati all'operazione.

Risarcimento del danno ridotto per gli eredi del congiunto che decede per cause autonome all'illecito subito

Con la sentenza n. 679 del 2016 la Corte di Cassazione civile ha cristallizzato un principio ormai noto in giurisprudenza, secondo il quale, in caso di richiesta di risarcimento del danno da parte di eredi di una vittima di malasanità, la valutazione della quantificazione del danno deve essere effettuata considerando "l'effettiva durata della vita del de cuius".

Capo equipe medica sempre responsabile dell'errore in sala operatoria

La Corte d'Appello di Lecce, con sentenza 1 luglio 2015 n. 455, confermando la responsabilità di un primario per le lesioni riportate dal paziente a causa dell'errata collocazione della piastra del bisturi elettronico sulla gamba, ha stabilito che il capo dell'equipe medica non può trincerarsi dietro il principio del reciproco affidamento, che invece informa l'attività degli altri professionisti, per andare esente da responsabilità in caso di complicanze, sempre che via sia un nesso causalità tra la sua omissione e l'evento.
Come accertato dalla Ctu, infatti, l'elettrodo neutro del bisturi era malamente posizionato o era scivolato nel corso dell'intervento fino all'altezza del piede del paziente provocandogli forti ustioni. Per cui il primo giudice ha ritenuto sussistente la responsabilità, per colpa omissiva, del medico apicale, perché avrebbe dovuto controllare l'operato del personale sanitario e parasanitario che lo assisteva nel corso dell'intervento, verificando anche la corretta applicazione della placca, il fissaggio o l'usura, prima di procedere. Inoltre, il paziente trattato con anestesia locale aveva dichiarato di aver udito il primario chiedere all'addetto alla macchina di aumentare il voltaggio perché il bisturi non funzionava.

Per il giudice di secondo grado "nelle situazioni in cui una pluralità di soggetti si trovi ad operare a tutela di un medesimo bene giuridico sulla base di precisi doveri suddivisi tra loro, come accade, appunto, in una equipe di sala operatoria, trova applicazione il principio di affidamento: in tali situazioni, infatti, è opportuno che ogni compartécipe abbia la possibilità di concentrarsi sui compiti affidatigli, confidando sulla professionalità degli altri, della cui condotta colposa, poi, non può essere chiamato di norma a rispondere". Si tratta, tuttavia, prosegue la sentenza, di un tema "molto delicato, perché tale principio va contemperato con l'obbligo di garanzia verso il paziente". Si sono pertanto posti dei limiti al principio di affidamento, che non può essere invocato da chi, in virtù della sua particolare posizione, ha l'obbligo controllare e valutare l'operato altrui, "se del caso intervenendo per porre rimedio ad errore altrui, sempre che esistano elementi sintomatici della esistenza o della probabile violazione della regola cautelare". Nel caso di esito infausto dunque il capo equipe "non ne risponderà se l'inosservanza non poteva essere da lui prevista né era prevedibile in ragione della specificità della branca medica in cui si colloca quella inosservanza". Altrimenti "il suo ruolo di garante lo esporrà a responsabilità sempre che sussista garante lo esporrà a responsabilità sempre che sussista il nesso di causalità tra l'omissione e l'evento". Il principio dell'affidamento, ad ogni modo, prosegue la sentenza, non opera con riferimento al rapporti tra il medico chirurgo e l'infermiere, "in quanto la funzione di quest'ultimo, nel corso dell'intervento chirurgico, è di assistenza del personale medico cui vanno comunque riferite le attività svolte" (Cassazione 2010/19637).

Per queste ragioni, conclude la Corte, non può in alcun modo "escludersi la responsabilità del primario in considerazione della sua posizione apicale e comunque quale chirurgo che ha azionato lo strumento operatorio". Anche considerato che davanti ad una perdita di potenza dell'elettrobisturi, il medico avrebbe dovuto, secondo l'ordinaria diligenza, verificare il regolare posizionamento della placca neutra, poiché, come segnalato anche dal Ctu, è stato proprio il precario contatto della placca con l'arto del paziente a far "scaricare parte della corrente sul piede sinistro del paziente".

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