Giovedì 23 Novembre 2017
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Divorzi

Il divorzio è il rimedio con il quale i coniugi possono addivenire allo scioglimento del matrimonio (civile) ovvero alla cessazione degli effetti civili (non invece religiosi) del matrimonio (concordatario) ed stato introdotto in Italia dalla legge 1 dicembre 70 n° 898 dalla quale (successivamente modificata) tuttora regolato. Proprio perché concepito come rimedio al fallimento coniugale, il divorzio non è ammissibile sempre e comunque, ma solamente quando la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita; l'accertamento di tale presupposto possibile poi esclusivamente quando ricorra una delle cause indicate dalla sopracitata legge. Tra queste cause quella statisticamente e socialmente di gran lunga più importante costituita dalla separazione personale dei coniugi, protrattasi ininterrottamente per almeno tre anni; deve però trattarsi o di separazione giudiziale o di separazione consensuale omologata, mentre è irrilevante la semplice separazione di fatto.

Le altre cause che rendono ammissibile il divorzio sono:

  • una condanna penale, passata in giudicato, di particolare gravità;
  • una condanna penale per reati in danno del coniuge o di un figlio;
  • l'assoluzione per vizio totale di mente da uno dei delitti per i quali la condanna comporterebbe causa sufficiente a giustificare la domanda di divorzio;
  • l'annullamento del matrimonio o il divorzio ottenuti all'estero dal coniuge straniero;
  • la mancata consumazione del matrimonio;
  • il passaggio in giudicato della sentenza che rettifichi l'attribuzione del sesso di uno dei coniugi.

Ricorrendo una di tali fattispecie, uno dei coniugi, ovvero anche entrambi congiuntamente, possono chiedere al giudice di pronunciare lo scioglimento del matrimonio contratto a norma del codice civile, ovvero nel caso di matrimonio concordatario, la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio.

Con la sentenza di divorzio non si provvede solamente a sciogliere o a far cessare gli effetti civili del matrimonio, ma vengono di norma regolati anche altri rapporti tra i coniugi, in particolare i rapporti patrimoniali e con i figli. In particolare il Tribunale può disporre l'obbligo per un coniuge (di regola il marito) di corrispondere all'altro un assegno periodico (di solito mensile), purché quest'ultimo non abbia mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni oggettive, adeguato a consentire al coniuge di conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio. L'obbligo di corresponsione dell'assegno cessa se il coniuge beneficiario passa a nuove nozze.

L'abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore presso il quale sono collocati i figli minori o con il quale i figli maggiorenni convivono, ma il giudice tiene conto della assegnazione nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori. In seguito all'introduzione nel nostro ordinamento del c.d. affidamento condiviso (cui si rimanda), infatti, i figli minori vengono di norma affidati ad entrambi i genitori, che prenderanno di comune accordo le decisioni di maggiore interesse relative agli stessi, e collocati presso uno di essi. Mentre il divorzio comporta la cessazione degli obblighi coniugali nascenti dal matrimonio, come ovvio, non cessano i doveri dei genitori nei confronti dei figli: permane quindi, anche in caso di passaggio a nuove nozze di uno o tutti e due i genitori, il dovere di entrambi di contribuire all'educazione ed istruzione dei figli nati o adottati durante il disciolto matrimonio, nonché al loro mantenimento in misura proporzionale al proprio reddito. Peraltro, il Tribunale può disporre la corresponsione di un assegno periodico anche al figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente.

Il divorzio scioglie solamente il matrimonio civile o fa cessare gli effetti civili del matrimonio religioso; per la Chiesa il matrimonio religioso continua però a produrre i suoi effetti fino a che questo non venga dichiarato nullo o annullato da un organo giudiziario ecclesiastico (Tribunale Ecclesiastico Regionale o Sacra Rota).

La Chiesa Cattolica e le altre religioni concordatarie non riconoscono alcuna efficacia alle sentenze dei Tribunali della Repubblica in materia di matrimonio religioso.

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